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venerdì, 04 luglio 2008

Un tentativo ragionato di riflessione poetica e artistica

sulla Nuova Gerusalemme di Varallo e su tutto il resto

 

A reasoned attempt of poetic and artistic refection

upon the New Jerusalem of Varallo and all the rest

 

Sacro Monte di Varallo

 

Grazie per tutto questo, C. – davvero:

grazie. E’ poi un’epistola di grane,

piena, che ti mando ma sine nomine;

che si fa leva, approfittando

del sole del mattino dei novembri

in cuore stolti e persi per sacri monti

freddi – Grazie quindi per i riposi,

per l’avvicendarsi dei denari, dei legami

che riscontriamo vivi nei gelati

ricordi (ricordo è tutto – ci ricordiamo

anche dell’avvenire) e grazie che

«non tutto, mai, vada poi quel bene»,

che occorra rendere dei vuoti anche

per certe idee: che la vita sia

divisa tra quel che accade e ciò che

educa ad accadere male;

che la percentuale della divisione

sia data da «rispondere» e «salvare».

 

Ci aggiriamo (eccolo) per il piazzale:

l’arte era ciò che un tempo esigeva delle grate

e ora è morta. Sembra a causa

di rate non pagate alle parole,

di tare nelle intenzioni delle opere:

ora tutto, questo viale, le cappelle, i santi

statuari sono voci mute, irrecapitate. Vane.

Sono rampe puntate verso un amen.

 
postato da: Massimo73 alle ore 14:44 | Link | commenti
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lunedì, 30 giugno 2008

South is here besides us,

Inside

Staying in the sun.

 

South is here, they said, I say

as I see the sky forwarding clouds

roughly forwarding doubts.

 

*

 

«Non lo odio», disse e si alzava un cielo canna di fucile tra le frange di un mistero, che era poi quel tempo, IL tempo, quella cosa già capace di mutarsi in nuvole, essere un evento e insieme già giornata, muoversi finendo nel sudore: quando si manifesta da principio non dà che del torpore; in seguito è come l’abbassarsi graduale di splendore, di una stella, come tra Betlemme e la valle di Giosafat, un fulgore che si perde se si osserva ad occhio pieno. Il sud non è che qui, nel cammino all’ora in cui si alza la marea dei guasti, in cui però il tempo è funzionante, alla perfezione. Porco cane: mi fece un dono, e si scorgeva dal favore di occhi lucidi, si scorgeva nel nascosto in cima alle spianate, alle giornate che recavano in sé quel sole, una staffilata, uno sguardo su tutto quanto il mio [ ]; una stagione sconosciuta inoculava uova all’interno dell’estate, i vuoti erano enormi, tracciati ai bordi, le montagne si facevano spezzate e bla bla bla, erano curiose, già stanche di viaggiare nella notte, tagliarne i venti e lasciarne a terra tutto l’umore: di lasciare a noi tutto lo spettacolo di nuvole che in mandrie vanno lungo l’orizzonte e ne traducono il calore umido in groppi in gola. Il sud è qui e comincia dal latrare, dai pomeriggi e dal vapore: dalla lenta e progressiva digestione del dolore, che in fondo non è che un mutarsi in direzione delle prove, di un filone.

postato da: Massimo73 alle ore 15:46 | Link | commenti (2)
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domenica, 11 marzo 2007

Significato dell’amore

 

Fredda perfida ninfa, acida

zuccherosa e virtuale, mungitrice di vomito,

automatica unione di filodiffusione

e di morte, ben altri problemi e un battito

emergono dall’insieme

di tutti i propositi nati viventi:

la solennità dei perdenti

è tra gli ultimi esili nostri pensieri

di cui sono impregnate le rocce,

le valli e i resort invernali:

«le offerte quest’anno brillano bene,

staffilate di luce oziosa pomeridiana

affogata nel vento: le migliaia di tetti lontani di ferro

ci salveranno, col sole, dal certo».

Sono venuto al tuo paese natale,

mi ci ha portato un cumulo di piccoli accenni

alla Storia come successo

a portata di mano:

mi prendo le misure addosso

per quanto ci metterà tutta la gloria

a rielaborarsi in un accettabile costo.

postato da: Massimo73 alle ore 14:51 | Link | commenti (2)
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sabato, 17 febbraio 2007

Project #000.0001 – Romanzomanzia

A therapeutic inventory attempt for building a novel

 

#- 0

 

Sognava la morte, forse, ma sembrava nel sonno l’umido nodo di una primavera in mezzo a un anno noto, un anno dopo i primi venti: se leggeva il Gattopardo lo faceva in un rumore rapido ed urgente: l’al di là, come enunciato spesso, sarebbe stato ogni sonno non silente. Se di fronte aveva la copertina argento riflettente di quel libro e la sua finestra che dava nel cortile attraverso il grigio marcio di un cielo lento e solo di passaggio, appena spiovuto nel dolciastro di masse di ricordi, al suo fianco, appena a destra, scendeva un’impressionante scroscio di rumore. Pensò per un attimo al paragone rumore e morte, ma non ne venne a capo. Avrebbe annotato volentieri sul libro dei rumori tutti i suoni, ma non riusciva a dire come fare. Rombi e righe giravano nei vani di quel momento.

Quando si svegliò su un divanetto color pesca, non si stupì di essere in discoteca, una quindicina d’anni dopo circa quel momento di sonno rovinoso. Il suono era immutato nel livello, intenso, ma ora era possibile percepire delle percussioni e una musica ridotta a casi successivi via via sempre più banali, fino ad essere uno sfaldamento in un caso limite del suono che gli picchiava colpi al petto e ogni volta il cuore in dentro nello sterno. Ma notò subito amplificarsi una sensazione buona: si sentiva a casa.

postato da: Massimo73 alle ore 14:38 | Link | commenti
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martedì, 06 febbraio 2007

Storie della luce inversa

Grief and despair sunset river anthology

 

II

 

And I will plant, in the propitious season, a bit of hell

flowing tender alongside redness of this small looking west;

grape vines will be walls, laws sewing what I believe,

small flies and fear filters installed inside the time thru the trees.

But this was undoubtedly war: tribes, classes and sets of cries

were nailed down in Benway style upon a violent wavy lime light.

 

A drop of us was over the stairs during that winter

which flagged every single joy ware.

Sesia river would trickle for years the rare,

the only rigid livid unstoppable scare.

 

 

III

 

Quei giorni erano come un decollo, un tentativo di fare del conto del tempo un passo facile e corto: il suolo era un evento indistinto, il suo fascino era quello di far smettere il vacuo ripetersi dei soliti nomi dati dagli astronomi ai crateri lunari e il cielo non era che un evidente metodo esteso per essere semplici, onesti. Luci ponevano al terzo profilo del tempo un quesito che ne estraeva l’inverso; cadevano gialli nelle navate canti di Dante fischiati, brezze tranquille trascinavano i fasci alternati di punti salienti trasformando le urla in vicende pesate, attentamente vagliate nei tratti d’incontro dei record ‘ricordo’: il passato non era mai stato come allora ragione di sete, deragliando eterni spiraliformi trascorsi di peste. Trovammo una volta, nel viola alluvionato del varo di una sera, i tre quarti di Ulisse impiantati nell’ovulo di nuvole lucide: furono per lo più trapianti di ansia da un corpo ad un altro, in una pioggia di marzo su richiesta di Leibniz e Newton. Per essi, al cigolio memnone di logiche enormi, monumentali, si consentivano visite alle sole illusioni.  

postato da: Massimo73 alle ore 16:46 | Link | commenti
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lunedì, 05 febbraio 2007

Storie della luce inversa

Grief and despair sunset river anthology

 

I

 

Come si sale alle notti;

hanno un odore le ombre: l’oggi

lo erode un umore che il sole elabora

dall’aria di cimiteri invernali

in frutta d’estate, nel fresco più osceno

d’un onesto infantile mattino di giugno. 

Io mi sento lontano dagli anni, da ciascuno:

dal piovere svelto del ‘51

dal delirante tremore in memoria

della torre sul Neckar, dell’onda

di rantolo nato da narrazioni future;

dal piccolo posto accuratamente celato dal cielo

da dove, come violacea devozione serale,

comincia una morte in contrasto

con qualsiasi nome.

 

Sono stato un uomo cosparso

di istanti, nato dal rapido sorgere

di sufficienti portati di vento,

sono stato astrale, di fiume,

contento delle poche delicate condanne consunte

e volute.

 

postato da: Massimo73 alle ore 17:01 | Link | commenti
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giovedì, 01 febbraio 2007

No longer exists – Voynich 270.1

 

Non esiste più il cielo, un errore trascurabile del clima l’ha rimosso:

evidenze divine di un disegno sono ora disponibili

in ogni calcolo ad oltranza della notte del maltolto.

Ogni sogno interposto a brani tra insopportabili

canzoni estratte da conati anonimi di quiete

non deve inventare niente: tutto ciò che vede

l’occhio umano è un incontro sordo con l’interno

di uno spazio inerme breve.

 

*

 

La discesa stretta non filtrava luce,

l’avresti scelta anche scomparendo

nelle discoteche, spiovendo chiaro, ma

già dei vetri nuovi, col piano a piombo sulle forze

di marea, stavano incrinandosi.

 

Tu che tormentavi l’aria sul balcone

buio, mi chiedesti «Sai dove scende

dall’universo tutto questo spazio ?». Nicchiavo,

rispondendo poco, a stento e oziando. Scuotesti il capo,

apristi con cura il tatto guardandomi nel centro.

 
postato da: Massimo73 alle ore 15:40 | Link | commenti
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venerdì, 26 gennaio 2007

Recursive Poetry 0.11beta – Manual

A Report on the Banality of Evil

 

Qualcuno forse un giorno scriverà la loro storia e noi non ne venderemo mai la sorte, considerata da tutti l’architrave di splendidi alfabeti, di delicati oggetti estivi che ci accompagnano quando ormai è buio appena fuori, oltre i cento millimetri di pioggia caduti lenti dal dolore. Noi che fummo di profilo una nazione tra le grandi, progettammo le figure della Storia, l’attrazione strana che c’è tra noi e un particolare tipo di morte termica dell’universo: il destino ultimo di un mondo piatto è quello di un personaggio gonfio, che si aggira colpevolmente calmo con in mano un’enorme specie di clima vivo, orrendamente rotto da due parti e da cui scendono mosse errate, scatti, occhi chiusi. Forse la posizione relativa di ogni cosa è errata: tu stessa non sembri all’altezza di questa luce e il peso di questa comunione di dettagli errati piega di chilometri le distanze in direzione delle ore, dei minuti.

 

Ascolta ora il radar tendersi nell’aria

a scoprire le nostra ossa deboli rinchiuse nelle notti,

ascoltale mangiarci freschi nel silenzio

leggero eterno di tutte le distanti morti.

postato da: Massimo73 alle ore 16:50 | Link | commenti
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giovedì, 25 gennaio 2007

Chasidei Umot HaOlam

 

Eravamo variopinti, rammentati nelle mani,

ci disponevamo opachi in file, ordinati, all’interno di una sera

una retina di nitore raro: una pellicola allocata

tra metafore di grano e un’estate invasa dalle somiglianze

dei semi di soffione in aria, il loro lunghissimo contrario.

Tenevi un pezzo di pianeta in gestazione

nel tuo ventre: ed erano i nostri morsi,

dati alle nostre labbra sormontando di una lega

almeno l’attacco onesto dell’orizzonte al cielo

e al nostro yiddish parlato male, trasformato

in debolissima voglia di ballare: neanche

l’avvertivamo, appoggiando l’orecchio a quell’estate

disposta di traverso in una guerra, vademecum terminale

di ogni nostra metamorfosi sotto il rombo della terra.

Erano moltitudini di ali, sospiri, cicatrici

di profili: erano le schiene dei nostri giorni,

codici che poi sapemmo essere sorrisi di morti e vivi.

postato da: Massimo73 alle ore 17:28 | Link | commenti
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mercoledì, 17 gennaio 2007

Recursive Poetry 0.11beta – Manual

 

Per ogni notte e per tutta la durata del sonno, il sonno rimane leggero e impiega del tempo per orientarsi tra alcuni piccoli eventi travolti da figure sfidanti, deboli sviluppi di sogni annodati alle labbra arcigne dei nati crudelmente in aprile. Non potremo dimenticare mai quegli angeli e saperne di più sui picchi di luce, sulle giornate disperse finemente in dolore, rise più volte con forza al punto di consumarle, ed amare, amare d’impulsi di noia che vengono dai toni del sole, da chi vuole, veramente lo vuole. Sono solo due le contrade, i ranking del bene, le vocine che chiedono come risolvere di volta in volta la natura che sviene. Dopo la morte, si dice ci siano delle invenzioni dell’uomo che ancora funzionano: qualcosa di obliquo, di diagonale; qualche album di foto, siti di danze, ricordi, ordini, doti riavute in extremis. Tutto all’esterno per lo più, dis-integrato: ciò che non siamo è allacciato nel corpo di spalle, libero ancora di dire, guidare al disastro il passato.

postato da: Massimo73 alle ore 17:53 | Link | commenti (3)
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